ALCUNI RICORDI DI SERGIO : OPCINA

Mi ricordo quando e’ scoppiata la guerra. Era nel giugno del 1940, abitavamo gia’ in viale Sonnino, si chiamava pero’ gia’ viale D’Annunzio perche’ Sonnino essendo ebreo non aveva piu’ diritto ad una strada. Era circa l’ora di pranzo e noi eravamo affacciati alla finestra e guardavamo la gente che passava, pochi immagino, mentre sentivamo alla radio, che entrava anche dalle finestre, il Duce che faceva il suo discorso in piazza Venezia a Roma.
Immagino che non capivo cos’era veramente la guerra, ma non lo capivano neanche gli altri. La gente era ubriaca di propaganda e di retorica.
La vita continuo’ come prima. All’una la radio trasmetteva i bollettini che la gente ascoltava sull’attenti. Le truppe valorose dell’Asse vincevano sempre. Ricordo al mare, al bagno Ausonia-Savoia, la gente vicino al ristorante che ascoltava le notizie. Io andavo con papa’ e Ronci al bagno, nuotavamo, papa’ prendeva il Sole con quella sua posa tipica, tenendo la testa alzata anche quando era disteso. Nuotava bene, a “mezza nave” cioe’ di fianco. Mamma non veniva, non sapeva nuotare.
A quel tempo abitavamo gia’ in citta’. Eravamo venuti via da Opcina a seguito delle leggi razziali. Noi, Ronci ed io, dovevamo andare alla scuola ebraica di via Del Monte, non potevemo piu’ frequentare quella di Opcina dove io avevo finito la prima elementare e Ronci la terza. Papa’ non voleva piu’ dover andare su e giu’ con il tram, due volte al giorno, al mattino ed al pomeriggio con tutti gli altri uomini, molti dei quali erano fascisti e apposta gli facevano sentire commenti a voce alta che “era ora di buttare gli ebrei giu’ dal tram”. C’erano i Motka, due fratelli, gente benestante, non ricordo cosa facessero. Uno era un fascista schifoso, l’altro un po’ meno. Naturalmete il meno gramo e’ finito in foiba, l’altro no, ma comunque dopo la guerra non mi pare sia riemerso. Aveva un bella villa a Opicina, aveva un figlia credo dell’eta’ di Ronci.
Poi c’era Lorenzetti che era un direttore all’Acegat, l’azienda comunale dell’acqua e del gas. Anche lui fascistone e antisemita, poi c’era uno che abitava in via Carsia, con un grande villone circa di fronte al tennis, si chiamava Canzio, era il proprietario di un’impresa di pompe funebri. E naturalmente c’era Angelini, che aveva un negozio di armi in fondo a via Mazzini mi pare, che era uno dei peggiori.
Questi gentiluomini erano quelli che quotidianamente andavano su e giu’ da Opcina a Trieste, mattino e pomeriggio e sul tram tenevano salotto e discutevano immagino di fascismo e probabilmente di donne.
A Opcina c’erano anche altre persone, ma meno protagoniste. Ricordo l’ing. Lugnani che si diceva era un tipo particolare. Disprezzava a tale punto la donna di servizio, che considerava decisamente inferiore, tanto da tranquillamente farsi vedere anche nudo da lei, tanto non contava. Sua moglie pero’ era ebrea ed aveva un figlio maschio Piero. Ma erano un po’ antipatici. Ricordo poi un pellicciaio, abitava di fronte ai Lugnani, mi pare si chiamasse De Censchi o qualche cosa di simile. Aveva un figlio Lucio, con un grande labbro leporino, simpatico, un po’ piu’ vecchio di me, con il quale giocavo spesso, sempre a casa sua, assieme anche ad altri ragazzi. Avevano un grande giardino con un pezzo a prato e li’ in parecchi ragazzi giocavamo in genere ai soldati e simili. Il papa’ De Censchi aveva fabbricato al figlio con il Meccano una grande gru; com’era bella!

Hanni Lehner era la nostra signorina di tedesco. Era la signorina di tutti i bambini di Opcina. Ogni pomeriggio era da un altro bambino, ma spesso i bambini si trovavano assieme per festicciole e compleanni e cosi’ tutti godevano di Hanni abbastanza spesso. Era molto carina e simpatica. Piaceva a tutti! A me ed a Ronci insegnava a scrivere in gotico. Naturalmente ci parlava in tedesco, ma anche in casa si parlava molto tedesco.

Un giorno, ma naturalmente questo l’ho saputo solo anni dopo, Hanni ha raccontato alla mamma che era stata interpellata dalla signora Angelini per sapere se poteva cambiare la giornata, che sarebbe dovuta venire da noi ed andare invece quel giorno da loro, perche’ faceva la festa per il compleanno della bambina. Naturalmente Hanni rispose che non era assolutamente necessario perche’ sarebbe venuta alla festa accompagnando noi e cosi’ avrebbe intrattenuto tutti i bambini, che era quanto stava a cuore alla signora Angelini. A questo punto la signora informo’ Hanni che veramente non aveva intenzione di invitarci essendo noi ebrei. Hanni rimase con noi quel pomeriggio.
Hanni sposo’ poi un ufficiale di marina che durante una tempesta nelle stretto di Messina ebbe le due gambe amputate da un cavo che si era spezzato.
Hanni era di madre austriaca e di cultura tedesca. La ricordo con affetto.

A Opcina, c’era Cesare.
Cesare era custode della villa accanto alla nostra, quella del signor Maionica.
Il signor Maionica era ebreo ed aveva una grande, o cosi’ almeno sembrava a me, villa con un bel giardino, che Cesare curava, essendo giardiniere. Con sua moglie Valeria e suo figlio Gianni viveva nella casetta del custode all’altro lato del giardino, accanto al garage. Valeria era bravissima a ricamare e faceva tovaglie e pizzi e vestitini e roba del genere. Erano tutti e due istriani, di Pirano, vicino a Capodistria.
Cesare faceva il giardiniere in molte ville di Opcna. Era molto mio amico. Avevamo messo due scale a pioli contro il muro che divideva i nostri due giardini, una contro l’altra in modo da poter andare da un casa all’altra senza uscire in strada. Insomma i due giardini erano intercomunicanti e Cesare mi chiamava da casa sua, urlando “Sergiooo” quando doveva uscire per andare ad occuparsi di qualche giardino. Io andavo con lui, pedalando velocemente sulla mia piccola biciclettina, accanto a lui con la sua bicicletta nera. Tutti i giardini di Opcina erano nostri.

Poi piu’ avanti proprio quel Lorenzetti fascista e antisemita, un qualche direttore dell’Acegat (l’azienda del gas del comune) fece entrare Cesare come operaio all’Azienda e da allora, oltre a fare il custode Cesare pote’ disporre di un’entrata mensile fissa e vivere abbastanza bene fino ad una serena vecchiaia. Visse pero’ la morte del figlio Gianni, che faceva il cameriere a bordo di navi, morto in un incidente automobilistico in Tunisia o giu’ di li’.
Cesare è morto che eravamo gia’ in Israele. Diceva sempre “mortus est, non piu’ buligaribus”. Ho perso un grande amico in lui.


La mamma voleve cercare casa nella zona che allora era di moda a Trieste verso Campo Marzio. Naturalmete si trattava di affittare un appartamento, non di comperarlo. Da uomo saggio e prudente il papa’ decise pero’ di andare in una zona piu’ anonima; non era il caso per un ebreo di richiamare l’attenzione. E cosi’ prendemmo casa in viale Sonnino 55 al terzo piano. Un appartamento in una bella casa, nuova, con un bel portone, tre camere, cucina, gabinetto ed un camerino che piu’ tardi divenne il bagno, con una vasca ed un lavandino. Ma all’inizio ci lavavamo in cucina. I bagni bisognava farli installare poi, non erano previsti all’atto della costruzione.

Avevamo come dirimpettai i Goffy allora una giovane coppia, Fabrizio e la Rina,che vivevano con la mamma di Fabrizio, Rina anche lei. Fabrizio era agente di commercio, rappresentava allora la Cirio. La mamma Rina era una signora torinese, ebrea, nata Levi, che tutte le sere, dopo cena veniva assieme alla nuora Rina da noi e, seduti in cucina, al tavolo ovale che ora e’ di Ronci, chiacchieravano del piu’ e del meno. La mamma Rina e papa’ formavano una bella coppia. Avevano circa la stessa eta’, intelligenti e polemici tutti e due; era uno spettacolo. Litigavano sempre; se appena una sera tardavano un po’ a venire papa’ mi mandava subito a vedere cos’era successo che non erano ancora qui. Dopo un po’ la Rina giovane ebbe una figlia, Paola, e Fabrizio con la coda di paglia di questa madre ebrea, ando’ volontario nella milizia fascista. Lo spedirono in Jugoslavia dove rimase per parecchio tempo. Raccontava che erano accampati in qualche modo, con un freddo cane. Le due Rine passavano le serate a lavorare a maglia facendo maglioni, calzettoni e passamontagna. Ricordo Fabrizio che raccontava che dormivano vestiti e uno accanto all’altro per riscaldarsi reciprocamente e che si mettevano d’accordo per girarsi tutti assieme. Povero Fabrizio dev’essere stata un’esperienza ben pesante.
Al numero 57 vivevano invece al primo piano i coniugi Aquino. Lui, Tuturo,era pugliese o calabro ed era “Fascia Littorio” cioe’ fascista della prima ora ed era Commissario di Polizia. Poi dopo la guerra divenne Questore di Venezia. Suo grande amico, viveva nella stessa casa, ma al secondo piano, era l’avv. Morgera, meridionale anche lui , allora tenente dei Carabinieri. Enzo Morgera era alto circa due metri e portava scarpe numero 47. Erano due delizie di persone. Morgera una volta, vestito da Carabiniere mi ha portato al circo. La prima volta che ho visto un circo.
Gli Aquino nel settembre del ‘43, quando sono venuti i tedeschi, erano ospiti nostri a Opcina e Tuturo, con la macchina della Polizia ha portato papa’ a Trieste, non so ma credo sia andato a prendere dei soldi e delle cose in viale Sonnino e poi l’ha accompagnato alla stazione ferroviaria dove noi l’aspettavamo per scappare diretti a Calolziocorte, da dove poi l’8 dicembre del ‘43 siamo scappati in Svizzera.

Papa’ all’inizio delle leggi razziali vendette il negozio a Olga e Gabriella.
Naturalmente la vendita era fittizia ed ogni giorno le “Putele” gli portavano l’incasso e lui credo, andava nelle varie banche a pagare le fatture per le forniture ad altre spese.

Incomincio’ il periodo in cui andava in giro in vari caffe’ a leggere i giornali e non so bene come passasse il tempo. Normalmente andava al Caffe’ Friuli, non lontano dal negozio dove Olga o Gabriella lo raggiungevano per tenerlo al corrente.
In quel periodo parecchi Caffe’ a Trieste esposero cartelli in cui si diceva che era proibito l’accesso “ai cani ed agli ebrei”. Ricordo quello del caffe’ Italia, proprio vicino al negozio, sotto i portici. Ne ricordo anche altri in giro per la citta’.


Noi, Ronci ed io frequentavamo la scuola di via Del Monte, dove andavamo a scuola la domenica e non il sabato, naturalmente. Non ricordo molto della scuola; certamente la mia maestra, la signorina Cabiglio, alcuni compagni, ma niente di speciale, almeno nei primi anni. Li’ ho fatto la seconda, la terza, la quarta elementare, la prima e la seconda media. La quinta elementare l’ho saltata e mi sono presentato direttamente all’esame di ammissione alle medie dove sono stato promosso con “Ottimo”. E’ stato l’ultimo bel voto della mia vita perche’ da allora in poi ho sempre avuto voti appena accettabili per essere promosso. Meno male che la vita tutto sommato mi ha dato voti un po’ migliori.
La scuola aveva un cortile dal quale partiva una scala piuttosto ripida e lunga che con una rampa unica portava e immagino porta ancora, ad un terrazzo piuttosto grande che era usato per la ricreazione grande, quella in cui si mangiava la merenda. Ancora oggi, e’ un mio sogno ricorrente, sogno di dover scendere dal terrazzo superiore, ma non c’e’ scala e quindi devo in qualche modo scendere su una parete a strapiombo.

Di solito veniva la mamma a prenderci a scuola, ma qualche volta anche il papa’. Una volta c’era tanta bora e papa’ aveva la sua pelliccia interna. C’erano dei refoli che toglievano letteralalmente il respiro. Ricordo che Ronci ed io ci rifugiavamo nella pelliccia di papa’ quando arrivava il refolo.
Un giorno stranamente e’ venuta a prenderci Gabriella. Quel giorno c’era stato un pogrom e avevano rotto e svaligiato un bel numero di negozi di ebrei. Non il nostro, forse perche’ era a nome delle “putele”. Con la scusa che erano negozi di ebrei hanno rotto i cristalli delle vetrine ed hanno rubato tutta la merce. Cosi’ e’ successo al negozio di cristallerie di Weisz, al negozio di vestiti di Acco, a quello di vestiti di Cavalieri e non so quanti altri.
Trieste, che e’ sempre stata una citta’ fascista e antisemita, si distinse da tutte le altre citta’ italiane per i cartelli nei caffe’, per i negozi svaligiati e per la Risiera di S.Sabba, unico campo di sterminio, anche se in misura ridotta, in Italia.


In quegli anni si conduceva una vita apparentemente normale. Papa’, che continuava a leggere tutti i giornali stranieri sui quali riusciva a mettere le mani, soprattutto quelli svizzeri scritti in tedesco, era abbastanza al corrente di quello che stava succedendo in Europa. Inoltre parlava con i profughi che arrivavano a Trieste dai vari paesi europei e quella era una importante fonte di informazioni. Ricordo che papa’ penso’ a emigrazioni verso vari paesi sud americani, ma avere dei visti allora era impresa quasi impossibile e penso anche che papa’ non avesse il coraggio di affrontare un’avventure del genere, considerando che non disponeva di capitali se non il valore di svendita della casetta di Opcina e qualche cosa per l’avviamento del negozio. Comunque tutti si sarebbero approffittati della situazione. Papa’ non aveva un mestiere e non era piu’ giovanissimo, aveva gia’ 47 anni nel 1939. Ricordo che papa’ diceve che non si doveva abbandonare un posto finche’ l’acqua non arrivava alla gola. Non sono sicuro che avesse ragione. La vita gli ha dato ragione, ma credo che la fortuna abbia giocato una parte importante.

Il 25 luglio del 1943 Vittorio Emanuele III faceva arrestare Mussolini che veniva sostituito da Badoglio.
Non si capiva cosa sarebbe accaduto e papa’ era piuttosto preoccupato temendo che i tedeschi decidessero di prendere il sopravvento occupando militarmente l’Italia, cosa che avvenne pochi mesi dopo, l’8 del settembre dello stesso anno.
Gli ebrei non potevano muoversi senza un permesso della Questura e tramite l’amico commissario Aquino papa’ si fece dare un permesso per tutta la famiglia per recarsi a Ravenna. Pensava di avviarsi in direzione sud, incontro alle forze alleate che erano gia’ sbarcate in Sicilia.
Il primo di agosto siamo partiti con il treno e siamo andati a Ravenna. Alla Questura di Ravenna pero’ non ci hanno dato il permesso di fermarci e ci hanno dirottato su Lugo di Romagna. Perche’ Lugo? E chi lo sa? Comunque abbiamo raggiunto Lugo e ci siamo installati nell’albergo locale, che se ricordo bene non era male. Siamo stati li’ due settimane. La gente era simpatica, ci trattavano benissimo e c’era a Lugo un’ottima gelateria dove la sera andavamo a prender il gelato.
Ronci ed io eravamo i beniamini dell’albergo ed in quel periodo io avevo ricevuto in regalo le carte del “Mercante in Fiera”. E allora la sera, dopo il gelato, tutto l’albergo giocava a Mercante in Fiera. C’era l’oscuramento per cui la sera si stava chiusi con tapparelle abbassate in modo che la luce non filtrasse all’esterno.
Una sera, nel bel mezzo delle contrattazioni per comperare o vendere delle carte, in una grade confusione di offerte di cifre altissime per i tempi, si sente bussare imperiosamente alla porta dell’albergo. E’ la polizia! Vengono dentro e dicono che li si sta giocando d’azzardo. Immaginate il seguito. Quando sti cretini si sono accorti che era un gioco da bambini, con dei bambini!
Dopo un po’ visto che non succedeva niente e che tedeschi non se ne vedevano, papa’ ha fatto una corsa di un paio di giorni a Trieste per vedere com’era la situazione ed il 15 di agosto siamo rientrati a Trieste, come se fossimo stati in vacanza.


MAMMA, PAPA’ E LE PUTELE

LA SVIZZERA

web analytics